Ma c’è un secondo fattore che gli italiani devono considerare. Nel 1995, proprio per evitare che l’invecchiamento della popolazione facesse saltare completamente i conti del sistema pensionistico, venne approvata una riforma previdenziale (meglio nota come Riforma Dini, poi integrata nel 2011 con la Riforma Fornero) che ha cambiato radicalmente il metodo di calcolo degli assegni Inps, per i lavoratori assunti dal 1996 in poi. Prima di quell’anno l’ammontare della pensione dipendeva in gran parte dalla media degli ultimi stipendi: per gli assunti dal ’96 in poi, invece, l’importo della pensione dipende soltanto dalla quantità di contributi versati nel corso della carriera.
Più si versa, più alta sarà la pensione.
Purtroppo però molti giovani italiani trovano un’occupazione stabile molto tardi e affrontano spesso lunghi periodi di disoccupazione, versando così pochi contributi nel corso della carriera.
Chi ha una carriera continua, senza mai rimanere disoccupato, può arrivare a coprire con la pensione maturata il 65-70% degli ultimi stipendi, percepiti prima di mettersi a risposo. Chi invece rischia di restare senza lavoro per molto tempo rischia una pensione che non vada oltre il 50% dell’ultima retribuzione.
Per questo c’è la necessità di correre ai ripari creandosi una rendita di scorta, per non tirare pesantemente la cinghia durante la terza età. Come riuscirci? Un bravo consulente finanziario che aiuta i clienti a fare un’adeguata pianificazione finanziaria, di solito consiglia l’adesione ai fondi o alle polizze della previdenza complementare.